TEMPI MODERNI: APP, BICI, FAME

RIDER - 1

Abitualmente noi attivisti pro-bici associamo l’uso della bicicletta a parole chiave come “benessere”, “risparmio”, “divertimento”, “ecologia”. Ma da qualche tempo c’è in mezzo a noi un fenomeno sociale di povertà e marginalità in cui la bici è protagonista, naturalmente incolpevole. Si tratta dei Rider che consegnano cibo a domicilio. E’ un fenomeno più metropolitano che di provincia, più Milano che Varese o Busto Arsizio. Un’ inchiesta compare sulla cronaca milanese de La Repubblica di domenica 8 settembre, dal titolo “La fame di chi ci sfama, I Rider alla  mensa dei poveri”, di Alessandra Corica. Trascrivo qui sotto alcuni passaggi e l’intervista a Massimo Bonini (Cgil).

– Consegnano il cibo a domicilio ma poi sono costretti ad andare a mangiare alla mensa dei poveri. E’ il destino dei Rider in bicicletta che lavorano per le applicazioni delle multinazionali su cui è possibile prenotare sushi, hamburger e altri manicaretti da farsi recapitare a casa. In tanti si vedono in fila alla mensa di corso Concordia per racimolare un pasto:  la paga, un euro a chilometro o tre euro a consegna, non permette di mettere insieme più di 300/400 euro al mese.  (…) Paul sistema lo zaino termico sulle spalle, inizia a sganciare la bici. L’ha attaccata alla cancellata di corso Concordia, “non posso farmela rubare, non sai che investimento è stata. Questa e lo smartphone”, e agita il telefonino davanti al viso. “Io con questi ci lavoro”, aggiunge. Ma qui in corso Concordia quanto spesso vieni ? “Tutti i giorni, almeno una volta in certi casi anche due. Io pedalo, mi serve energia. E mi serve mangiare”. (…) I Rider raccontano, ma “niente foto e niente video, mi raccomando”: Paul è in Italia da tre anni, e pedala per consegnare a domicilio da uno e mezzo. “In Nigeria facevo l’ingegnere, qui non ho trovato nulla: non ho documenti, non posso chiedere il riconoscimento del titolo. (…)  dal mio paese sono dovuto andare via, impossibile viverci per ragioni politiche (…) Lawrence, 28 anni, in Italia da due anni e tre mesi, nigeriano anche lui ma con meno voglia di parlare “in inverno si guadagna di più, la gente sta a casa e ordina (…)  Secondo una ricerca fatta sul campo, l’anno scorso, dagli studenti della statale, e presentata insieme con il Comune, a Milano i Rider sarebbero a occhio e croce 3 mila: solo nel 15% dei casi sono italiani, giovani universitari che fanno questo lavoro per arrotondare tra un esame e l’altro. La maggior parte sono stranieri, in oltre sei casi su dieci non hanno la cittadinanza, spesso  non parlano italiano, talvolta sono stati messi per strada dal decreto Salvini. Arrivano a pedalare tra le 40 e le 50 ore a settimana, e sono pagati talvolta a consegna, come Paul, in altri casi a chilometri percorsi, come Lawrence. La costante ? Guadagnano un miseria, zero tutele. –

L ‘intervista – Bonini (Cgil): Ingaggiati su WhatsApp senza un vero contratto, paghe fantasma” .

“Sono estremamente diffidenti, non è facile convincerli a fidarsi. Quando ci riusciamo, è sopratutto grazie ad altri servizi che offriamo: l’aiuto con le pratiche per il permesso dei soggiorno o i ricongiungimenti familiari, per esempio”. Massimo Bonini, segretario della Camera del Lavoro, non è per niente stupito di fronte all’immagine dei rider che, prima di consegnare cibo a domicilio, per sfamarsi vanno alla mensa dei poveri. “Ogni giorno passo davanti all’ex Cie di Via Corelli. Ed è da lì che li vedo partire, in sella alla bicicletta.”  

Come Cgil avete avviato la campagna NoEasyRider.

“E’ partita giovedì scorso, prosegue fino stasera. L’idea è di cercare di intercettare questi lavoratori dove si ritrovano, appunto, per lavorare: siamo stati in piazza Duca d’Aosta, in XXV Aprile, in Porta Genova. Sono i luoghi dove si ritrovano nell’attesa di fare una consegna.”

Cosa avete notato ?

“Siamo riusciti a intercettarne una quarantina. Ma non è stato facile: sono quasi tutti stranieri, spesso vengono da paesi nei quali parole come sindacato o diritti sindacali sono inesistenti. Diverse volte sono persone che avevano fatto richiesta di asilo ma sono stati mandati per strada dal Decreto Salvini e ora cercano di andare avanti come possono. Come siano pagati vorremmo cercare di capirlo. Così come in che modo sono inquadrati dal punto di vista contrattuale. Che, attenzione, non sempre c’è: ci sono capitati diversi casi di freelance, pagati con la ritenuta d’acconto. Per questo non mi stupisce che alcuni siano così in difficoltà da rivolgersi alla mensa di corso Concordia.”

Ma quali sono le cause di queste condizioni ?

“C’è una disintemediazione del rapporto di lavoro. Mi spiego in modo pratico: molti di questi lavoratori non sono mai stati visti in faccia dall’azienda di delivery per cui lavorano. Si scambiano il contratto, qualunque forma esso sia, su Whatsapp. E la piattaforma per cui lavorano ha con loro un rapporto solo virtuale: è una caratteristica della cosiddetta gig economy. In Italia da questo punto di vista c’è un totale arretramento. Di Maio, come ministro del Lavoro, ha tentato di fare qualcosa. Ma troppo poco “.

E sul fronte dell’assistenza ? L’anno scorso un rider, impegnato in una corsa, venne investito da un tram e perse una gamba,

“Per quello che sappiamo solo Deliveroo offre una forma di assistenza, attraverso un’assicurazione privata. Anche su questo fronte, c’è molto da fare

 

Sono questi tempi di cinismo e miopia generata da un misto di egoismo e di stordimento da eccesso di informazione, che, diceva Umberto Eco, è la forma moderna della censura. Tuttavia dovremmo saper riconoscere la fatica, la fame, la povertà, la sofferenza quando si manifestano sotto i nostri occhi, soprattutto quando sono una componente delle merci e dei servizi che acquistiamo.  I Rider non sono un fenomeno “letterario”:  li vediamo sui treni, dove i  ciclisti pendolari  appartengono a due categorie: ceto medio istruito oppure poveri (solitamente extracomunitari) che possono permettersi solo vecchie bici come mezzo di trasporto.  Poi li vediamo anche per strada: spesso senza casco e senza luci, nonostante stiano lavorando. Pensiamo, quindi, che come associazione di promozione sociale dovremo insistere sulla sicurezza passiva. Servirà a tutti noi ciclisti urbani, non di meno a chi ha come problema prioritario quello di mangiare a sufficienza.

LS