PATAGONIA UN POSTO TRANQUILLO

di Ferdinando Cortese e Nando Galasso

Ora che l’abbiamo percorsa in bicicletta, da Puerto Montt e Cochrane e da Puerto Natales a Punta Arenas, a distanza di due mesi dal ritorno, la Patagonia sembra più piccola e più vicina. Racchiusa nella memoria, nelle foto e negli spezzoni di video, il ricordo del viaggio si aggiunge ai periodi più emozionanti e spensierati della vita e diventa una nuova parte di noi. È stata la prima volta che si è andati tanto lontano, nell’emisfero australe, in America Latina, in Cile: un viaggio che era stato organizzato da tempo nell’incertezza delle disposizioni sanitarie quando ancora la libertà di movimento era limitata, e iniziato, per fortuna, nel cavo tra la terza e la quarta ondata della pandemia. Infine un viaggio attraverso un ambiente ancora particolare, in una terra bella e remota, poco popolata da gente forse, proprio per questo, gentile e ospitale malgrado la vita da quelle parti sia dura nell’arco di tutto l’anno. Quando parli con la gente della Patagonia e sei ospite nelle loro case e vedi come vivono, ti sembrano persone in grado di accontentarsi del minimo essenziale contenti di vivere in pace immersi nella grande bellezza naturale dei luoghi. Una pace intesa da tutti e prima di ogni cosa, come sicurezza personale. La paura per la propria incolumità va aggravandosi in modo drammatico su tutto il continente, soprattutto nelle città di media e alta popolosità a causa della diffusione di ogni tipo di criminalità e dell’uso di alcol e droghe. E non è un’invenzione o un’esagerazione ma uno dei fattori che induce a emigrare.

Ci siamo detti sin dall’inizio: non siamo esploratori di terre sconosciute in procinto di chissà quale impresa, siamo semmai, tanto per cominciare, due viaggiatori, spinti dalla caparbia volontà di prolungare l’illusione di essere ancora giovani e valientes. Perciò abbiamo deciso di fare in bicicletta il percorso lungo e solitario della Carretera Austral, più di mille chilometri di una strada ora di asfalto ora di sterrato sassoso. Abbiamo scelto la bicicletta per dare un carattere epico a un viaggio che, col passare degli anni, sta diventando sempre più convenzionale confacendosi ai gusti dominanti e in obbedienza alle leggi dell’offerta turistica che in Patagonia attrae sia chi va con i soldi contati sia chi non bada a spese. Viene alla mente ChatwinCamminare è una virtù, fare il turista è un peccato mortale”: un’affermazione forte e austera, impossibile da intendere alla lettera. Penso volesse dirci più semplicemente di riflettere sulla disposizione d’animo e le finalità con cui ci mettiamo in viaggio: se per crescere in qualche modo, cosa possibile anche da vecchi, o se per restare sé stessi mantenendoci impermeabili alle nuove esperienze vissute intendendo il viaggio come una parentesi vacanziera di puro piacere e riposo. Che l’industria del turismo finisca col ridurre di senso un viaggio del genere per soddisfare una domanda sempre più omologata è già un fatto mascherato ad arte da un’abbondante retorica pubblicitaria. Lo capisci quando vedi certe immagini su internet: coppie giovani belle e sorridenti a cavallo mentre guadano un fiume, mentre fanno il bagno nella piscina termale del lodge che li ospita o consumano una cena gourmet a lume di candela. L’alternativa è rappresentata da una foto che ritrae una tenda e due campeggiatori, che contemplano al tramonto da un rifugio in quota, il panorama delle torri del Paine.

Abbiamo messo in conto una serie di piccole e serie avversità che potrebbero rovinarci quella che infondo è pur sempre una vacanza più lunga del solito, abbiamo fatto un po’ di preparazione fisica, niente di eccezionale, per non fallire miseramente dopo i primi giorni consecutivi di pedalate e ci siamo attrezzati del necessario trasportabile per peso e volume, avvalendoci delle informazioni da chi aveva già avuto esperienze simili. E purtuttavia alla partenza dubbi e timori ci affollavano la mente. Poi, quando le biciclette sono state rimontate a Puerto Montt, i bagagli fissati bene dietro e avanti si è partiti e si è già pedalato per le prime cinque ore di fila, capiamo che abbiamo un vantaggio rispetto a chi arriva qui in visita ai santuari della naturaleza con l’aereo e ci supera a bordo di autobus o camper con su scritto “Adventure in Patagonia”. Abbiamo la possibilità o l’illusione, che pure conta, di conquistare col proprio fisico, metro per metro, la bellezza che ci circonda, avere a disposizione un tempo dilatato per vedere la strada, ammirare boschi, monti, fiumi, ghiacciai, laghi. Soffermarci per cercare e prendere nota del nome di piante, alberi, fiori, frutti che non avevamo mai visto; mentre andiamo c’è tutto l’agio di pensare in benefica solitudine a quello che vorremo raccontare quando saremo tornati a casa attraverso foto, video e impressioni, quelle immediate e quelle successive dettate dal senno di poi. Ed è un racconto che facciamo già a noi stessi mentre siamo lì. Pedalando in Patagonia non c’è da preoccuparsi di controllare di continuo se si sta sbagliando strada. Serve solo sapere a che punto sei del percorso stabilito quel giorno e se il vento sarà sostenibile o proibitivo prima di arrivare a destinazione. Quando viaggi in bici è più facile accostarsi a lato della strada in uno slargo e fermarsi a parlare con la gente del posto o conoscere chi come te sta pedalando lungo la Carretera Austral. Ovunque tra ciclisti, in questo genere di viaggi, la simpatia scatta immediatamente e non c’è remora a scambiare qualche parola; non può essere altrettanto per motociclisti che spesso sfrecciano in gruppi precostituiti. A noi e ad altri è capitato in più occasioni di rivedersi lungo la stessa e unica strada e di stringere amicizie temporanee confermate poi dalla speranza di rivedersi ancora nelle tappe successive del viaggio. E si incontrano tipi originali come quando, dopo il bivio per Aysén, ci siamo fermati un pomeriggio a bordo strada a mangiare in compagnia di quel giovane cileno che si era da poco dimesso dalla compagnia aerea nazionale e, in attesa di un nuovo impiego, si ora viaggiava sulla carretera col suo cane appollaiato in un cesto fissato al portabagagli sulla ruota posteriore o quella coppia di inglesi in viaggio di nozze reduci da una vacanza in Nepal e col progetto di andare per un anno a vivere e lavorare in Australia. Giovani più liberi e fuori dalle convenzioni di quanto lo fummo noi, senza l’ossessione poco lungimirante e formativa di indulgere in “una perdita di tempo”. Ancora Chatwin: “il viaggio non soltanto allarga la mente: le dà forma”. O forse questi pensieri sono solo dettati dalla nostalgia della giovinezza ?

Gli incontri occasionali e amichevoli lungo la strada della Patagonia si manifestano come cose molto speciali forse perché siamo nella realtà concreta. Nel mondo virtuale della rete, sui social, è in genere un’altra cosa. Anche se gli stessi viaggiatori cileni, argentini o del resto del mondo si ritrovano per scambiarsi informazioni utili, impressioni e tante foto i messaggi sembrano tutti simili, un pò stereotipati, poco personali ispirati al nuovo galateo della rete.

Quando nel tardo pomeriggio o nella luminosa serata australe si raggiunge l’ultima tappa della giornata, dopo la fatica di alcune salite memorabili, la soddisfazione di avercela fatta è esaltante. Come quella all’arrivo sulla collina battuta dal vento sopra Coyahique o quell’altra a Villa Amengual, dopo aver percorso nella giornata novanta chilometri di cui cinque sui trentatré tornanti sassosi e fangosi per la recente pioggia sul Queulat. La Carretera per i cicloviaggiatori di tutte le età è anche sfida sportiva con sé stessi. L’idea di raccontare un viaggio del genere con immagini e parole nasce per alcuni prima ancora che che lo si compia. È un progetto che nasce e prende forma mesi o anni prima di partire leggendo e vedendo le foto dei viaggi degli altri; passando ore a interrogare le mappe su Google Earth, a scrutare virtualmente la strada, misurare le distanze e i dislivelli, soppesare le difficoltà, immaginando come sono fatte le città e i paesaggi pregustando l’emozione che proverai quando sarai sul posto. E quando ci sei stato capita di voler dare la propria versione delle stesse esperienze degli altri.

Lungo la Carretera Australe le città, specie le più piccole, si assomigliano abbastanza perché progettate con lo stesso criterio nel secolo scorso. Una di queste, Chaitén fu coperta di cenere nel 2008 per l’eruzione del vicino vulcano, oggi a pochi Km di distanza c’è la nuova Chaitén e la vecchia è diventata una città fantasma in un luogo segregato alla vista quando si passa sulla Carretera. A Villa Santa Lucia, devastata nel dicembre del 2017 da una frana imponente per il disgelo sui monti vicini, le piogge e l’insolito aumento della temperatura nelle settimane precedenti, le case distrutte sono invece ancora lì alla vista di chi arriva da nord in bici sulla sinistra a testimoniare la catastrofe imprevista mentre nel villaggio nuovo, giusto accanto, la vita di un centinaio di abitanti dediti agli allevamenti, alla falegnameria e al piccolo commercio scorre tranquilla.

A fine giornata, la ricerca dell’alloggio si può fare percorrendo le strade tutte tra loro ortogonali alla ricerca del passante giusto cui chiedere le informazioni necessarie. “…Una, due o tre, quadras (isolati) avanti in una certa direzione poi all’esquina (angolo) volta a destra o a sinistra...” E al nostro ringraziamento seguirà invariabilmente “Que te vaya bien” un modo di dire abituale, niente di personale, ma che a noi è apparso sempre come segno di premurosa ospitalità. Forse direbbero lo stesso anche ai cileni che in alta stagione in folti gruppi percorrono in bici la Carretera, ma il nostro tricolore che sventola sui bagagli posteriori è segno inequivocabile che, venendo da tanto lontano, la nostra presenza lì è un omaggio alla bellezza della loro terra e ne sono sempre compiaciuti.

Passando davanti alle fattorie lungo la Carretera capita spesso che i cani pastori, sempre in servizio, escano in strada e comincino girarti intorno se vai troppo piano, altrimenti ti inseguono per un pò abbaiando e allora la cosa importante, specie se sei sullo sterrato, è non perdere la calma e stare attenti a non cadere. Nelle città invece i cani vagano liberi solitari o in piccoli gruppi, curandosi poco di passanti, ciclisti, del freddo e del vento. Non sono randagi pericolosi, sono mascotas a spasso, hanno le loro dimore presso le famiglie del paese che assicurano loro il pasto e non hanno impegni lavorativi come i pastori delle estancias, perché, almeno per ora, non c’è bisogno di cani da guardia.

I monumenti e i nomi stessi di alcune città e delle strade ricordano per lo più capi militari e uomini politici che hanno lottato per l’indipendenza dagli spagnoli e nella guerra del Pacifico (1879-84) contro Bolivia e Perù. A Cohiayque, su un’aiuola adiacente al viale d’ingresso alla città, c’è un piccolo e vecchio carro armato in funzione di monumento. Qual è l’ammonimento? Un richiamo minaccioso all’ordine pubblico dell’epoca della giunta militare? O, col senno di poi, un invito a riflettere quanto sia fragile la pace ?  Dipende da chi lo vede, non più da chi ce lo ha messo lì. Stona di certo con lo spirito del luogo. Merita comunque una foto.

Gli interni delle case hostal o cabañas nei piccoli villaggi sono spesso alla buona ma ci si adatta senza difficoltà se non si hanno pretese e ci si ritiene fortunati di aver evitato il campeggio. A Villa Tehuelche, un villaggio nella Pampa tra Puerto Natales e Punta Arenas ci siamo dovuti accontentare della sala dattesa degli autobus di linea per poter dormire la notte in un luogo coperto e chiuso. Cose del genere sono possibili perché le città e i villaggi della Patagonia sono posti tranquilli. A differenza delle città più grandi del resto del Cile, la Patagonia è, nel senso della sicurezza personale in rapporto alla criminalità di ogni tipo, un’isola felice. A Cochrane, per esempio, città di 2.867 abitanti nella regione di Aysén di cui è capoluogo, c’è un ospedale, un liceo, una banca, una biblioteca civica ben fornita e negozi di ogni genere. Non ci sono dimore lussuose, il traffico di auto è minimo e rispettoso delle regole, ci sono molte bici in giro e chi le lascia incustodite non ha bisogno di legarle. Gli abitanti, che siano residenti recenti o da più generazioni, questo lo sanno bene tant’è che una signora, vedendoci assicurare le bici a un cancello ci ha scherzosamente ammonito: “Aquí no se roban bicicletas”.

Quello della sicurezza personale, ascoltando molti cileni è un problema sentito in tutta l’America latina. Tutti sono consapevoli che le grandi e medie città del continente stanno diventando invivibili per la criminalità organizzata e comune. Vorremmo credere che la Patagonia sia un’eccezione solo per le virtù civili della popolazione locale e che si “salva dal male” che affligge il resto del mondo. Che sia una prova dell’intuizione di Dostoevskij quando scriveva che “la bellezza salverà il mondo”, almeno il mondo di questa regione del continente, ma temiamo che sia solo questione di grandi distanze, di assenza di concentrazione di ricchezze e di una bassissima densità di popolazione (2,21 abitanti/km2).

Il turismo, con buona pace di Chatwin, contribuisce a migliorare il reddito degli abitanti ed è destinato ad aumentare l’offerta con inevitabile impatto ambientale specie nelle sue forme meglio organizzate e costose. La natura sembra difendersi da sola con il gelo delle acque e il vento che rende spesso difficile stare all’aperto. Fiordi, laghi, fiumi, boschi, ghiacciai e rocce montuose incantano la vista sotto un cielo che partecipa sempre alla bellezza di questi scenari con le sue nuvole continuamente riordinate in forme fantasiose dai venti in quota. Quando contempli quelle distese continue di boschi sulle rive di laghi che sconfinano a perdita d’occhio dalla Patagonia cilena e quella argentina, come da una collina sul lago Cochrane e non vedi, come ci è capitato, una casa, uno chalet, un albergo, e per ore né un motoscafo, né uno yacht né un battello per turisti, ti ritieni fortunato di essere arrivato al tempo giusto a stare in quei posti che ti sembrano di tutti e di nessuno. Anche sul lago General Carrera, Chelenko per i nativi precolombiani, lo scenario naturale è stupefacente. Il lago, circondato dalle cime montuose sempre innevate è famoso per posti unici al mondo come le grotte e cattedrali di marmo levigate dal vento e dalle acque cristalline.

T utto questo patrimonio naturale non si conserverà a lungo come lo vediamo oggi se non sarà strenuamente protetto. Malgrado quella vasta area sia Parco naturale, la regione del secondo lago dell’America del sud è minacciata nella zona di Chile Chico da un’autentica febbre dell’oro e argento da parte di compagnie minerarie locali e multinazionali. È difficile, da parte della popolazione povera, resistere alle promesse di ricchezza e alle pressioni stesse di alcuni politici e sindacalisti locali perché siano concesse le attività minerarie. Il rischio che grava sulla Patagonia cilena e argentina è che la sua ricchezza di minerali preziosi e utili per le moderne tecnologie, porti a catena allo sconvolgimento dei fragili equilibri ecologici e sociali esistenti da millenni. Con la promessa di lavoro si sacrificano le comunità locali in termini di salute, equilibri ambientali e qualità della vita come è già successo e succede Paesi più a nord dell’America Latina.

Sì, vale la pena andare in Patagonia, fare la Carretera Austral, spingersi oltre nella pampa cilena sulla Carretera de la Fin del Mundo da Puerto Natales a Punta Arenas, vedere l’isola dei pinguini, lo stretto di Magellano, e tanti altri luoghi, attraversarli possibilmente in bicicletta, attrezzati e disposti, se necessario a piantare una tenda per la notte possibilmente al riparo di una qualche tettoia. È un modo per non dimenticare quella terra bella e remota che è anche nostra e che finora, con la sua asprezza, si è saputa difendere dalla invadenza dell’uomo moderno. Ed è certo il modo migliore per avere tante occasioni per parlare con altri viaggiatori e con la gente del luogo, vedere e sapere come vivono e arricchirsi di una nuova esperienza.