FRANCIGENA: breve pellegrinaggio nell’anno del virus

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Nel mese di luglio, da sabato 25 a lunedì 27, in tre giorni, ho percorso in bici la Francigena. Ma solo un pezzettino dei 1.600 km dell’itinerario di Sigerico (Canterbury-Roma), e solo un pezzo dei 1.000  tra il passo S.Bernardo e Roma. E, a dirla tutta, nemmeno tutto il percorso da casa mia –  Varese, Lombardia – alla casa dei miei – Monteroni d’Arbia, Toscana.
Però quei 350 km – pedalati sulla mia Trek Crockett 5 CX in modalità backpacking – mi sono comunque piaciuti parecchio.
 
Varese – Parma, in treno.  I cicloturisti amano il treno, ma non sempre sono ricambiati. La parte in treno del viaggio non è stata la più rilassante, causa nuove regole anti assembramento (Covid).
Partenza alla 5:15 da Varese. Scendo a Milano Repubblica, sottosuolo di Milano, e ho 4 minuti (sulla carta dovevano essere 7) per prendere un 6:38 a Centrale, per Rimini: “mission impossible“,  infatti arrivo al binario alle 6:40 e lo trovo ormai deserto.
Attendo il 7:20, in teoria non accessibile causa posti prenotabili esauriti. Ma sono tra i primi quando aprono le porte e ho l’ Ok a salire da un ferroviere addetto;  mi prendo lo strapuntino per non separarmi dalla bici. Sembrava troppo bello ! Quando il treno si è ormai riempito di giovani ragazze e ragazzi e di famiglie litigiose con bambini, tutti desiderosi di mare, e di tante valigie,  il capotreno, un giovane inflessibile al limite dell’ottusità,  decide che siamo in troppi. “Non si parte se ci sono persone in più rispetto alla metà dei posti a sedere”. “A non far partire un treno sono capaci tutti“, gli dirò io quando capisco che davvero non si parte.
Terzo tentativo: 8:15 Milano-Piacenza. Va meglio, questo parte. Il controllore passa e butta lì con un lamentoso accento emiliano “siamo troppi, prendete lo straordinario che parte dopo” ma nessuno si fida, restiamo tutti. Però a Piacenza si cambia perchè la maggior parte è diretta verso la costa romagnola e si aspetta il Piacenza-Ancona. “Ma dov’è Ancona ? Siamo sicure che questo treno passa da Rimini ?”  ho sentito domandare da una ragazza alle amiche. E chissà se alla ministra che ha umiliato la geografia a scuola fischiano – ogni tanto – le orecchie.
 
Parma – Pontremoli. Scavalcando con qualche acrobazia giovani e valigie annesse a Parma riesco a scendere e a guadagnarmi la solitudine. In ritardo sul previsto, ma sollevato per la mèta (in realtà la partenza) raggiunta, mi concedo panino e bibita al bar della stazione, poi attraverso il centro elegante di Parma, che meriterebbe molto più che uno sguardo fugace. Quindi prendo la strada dritta per Collecchio e lì incontro la SS62, la strada per andare a La Spezia che passa per la Cisa. Vedo in lontananza gli Appennini e attraverso e i primi paesi della Francigena. Seguo le indicazioni della mia guida cartacea e per un tratto devio dalla SS per una SP. Il caldo è tanto, in una salita breve ma ripida in zona Pieve di Bardone vado in crisi, forse si sommano stanchezza, qualche negatività della giornata lavorativa precedente, scarsa condizione (menisco operato da un mese), anche una sottovalutazione psicologica degli Appennini.   Ma il mal di testa che mi assale non mi pare normale. Quindi mi fermo in uno spiazzo, all’ombra di un noce, e dò fondo alle barrette energetiche e alla borraccia; mi stendo a riposare, quanto basta.
La sosta fa il suo buon effetto, riprendo la strada, cioè la salita verso il passo, ora di nuovo sulla SS62. La guida la definisce tranquilla e senza traffico: vero se parliamo di auto, pochissime, ma le moto sono tantissime, per lo più rombanti e il “Brum-Brum” dei motori mi entra nella testa e mi stanca più della salita.
Mi fermo ad un baretto in curva, parcheggio la mia bici tra decine di moto, chiedo torta e latte caldo, tra decine di boccali di birra. Prima del Passo mi fermo a guardare l’autostrada là sotto: l’ho percorsa tante volte in auto, in questi casi dicevo, arrivato in Toscana da amici e parenti,  “ho fatto la Cisa”. Ma ora che sto pedalando mi rendo davvero conto:  no, non è vero, io non ho mai fatto la Cisa prima d’ora, perchè un Passo non lo fai veramente se usi un comodo tunnel scavato sotto. Solo a piedi, in bici, in moto, apprezzi la soddisfazione di “fare il Passo”. E infatti altri motociclisti li ritrovo ancora  attorno al bar, lassù a 1.041 mt slm, dove la strada spiana per qualche metro prima della discesa che si lascia l’Emilia alle spalle. Tendo l’orecchio, fingendo indifferenza, sorseggiando una bibita: i bikers a motore parlano di questioni meccaniche e di strade belle, fatte o da fare.
Dopo il Passo la facile discesa porta in un attimo a Pontremoli. Qui trovo subito il convento S.Lorenzo dei frati cappuccini dove ho prenotato un letto per la notte. Una gentile signora mi dà chiavi e spiegazioni. Non ho più un soldo per l’offerta minima di 10 euro, ma mi concede di lasciarli in stanza il mattino dopo. La stanza è piccola e confortevole. Le 100 camere del convento, che non ha più frati, ora causa Covid sono disponibili per la metà,  ma pochissime sono occupate e non  incontro nessuno nei corridoi. Faccio due passi in città, che subito mi affascina con le strade antiche e i diversi ponti sul fiume che scorre diviso in rami. La fame è tanta ma non mi fermo alla prima possibilità e non mi scoraggio nemmeno per un ponte chiuso, pur di raggiungere l’ Osteria san Francesco e il lupo, di cui ho preso un bigliettino da visita al convento. L’intuizione si rivela giusta ! Una cena più che abbondante, allietata da deliziosa birra artigianale in bottiglia da 75cc, tutto per soli 30 euro: basta questo per compensare la fatica del giorno.
Mentre mangio di gusto osservo i 4 commensali al tavolo di fronte: una giovane bionda tedesca insieme ad una ragazza adolescente, una bambina e un bambino. Capisco che il bimbo è suo figlio, gli altri, forse, nipoti. Sono sereni ed allegri, molto educati (la signora si scusa con il cameriere per il modo un po’ spiccio con cui la ragazza lo ha chiamato al tavolo). Ripenso alla scritta che ho visto su un ponte li vicino poco  prima:  “Ponte Cesare Battisti distrutto da cieco furore teutonico il 25.04.1945, ricostruito da geniale lavoro italiano nel luglio 1947”.   Bene che l’acqua sia passata sotto i ponti, penso. La vista dell’allegra combriccola teutonica del tavolo di fronte mi dà una certa felicità (complice la birra ben luppolata, naturalmente !).
In convento notte tranquilla, riposo ottimo.
 
Pontremoli – Lucca.
Riparto al mattino sul presto, indugiando un po’ nel centro storico per la prima di svariate colazioni. La SS2 ora è discesa dolce fino al mare,  a La Spezia. Il clima è frescolino al punto giusto, il traffico di auto (e anche di moto) assente. Invece tanti i ciclisti, in solitaria e in gruppo, e con tutti ci salutiamo vicendevolmente. Mi fermo alla pieve di Sorano e le note storiche mi fanno riflettere sulla storia che ha visto alternarsi periodi buoni e meno buoni, abbandoni e restauri. Mi imbatto anche in un monumento dedicato al paradiso di Dante, che anche in queste zone fu ospite illustre. Preso dall’entusiasmo, dopo Aulla, non scelgo la via facile. Il tempo di notare un cartello che segnala la via per il valico del Cerreto verso Reggio nell’ Emilia, (interessante per un prossimo giro, penso …), e poi prendo una deviazione che fu utilizzata dai pellegrini quando le vallate divennero impraticabili pantani. Strada minore, di bosco, si passa da Ponzanello, ma la pendenza non è banale ! Dopo, però, il panorama in cresta ripaga, con vista mare  sul golfo di La Spezia. Poi Fosdinovo, e dopo forte discesa. Ad un bivio ho duplice indicazione: a destra “itinerario ciclabile”  e a sinistra  “itinerario ciclabile”: prendo sinistra e poi scoprirò dopo qualche chilometro che la scelta è sbagliata, perchè taglia fuori Sarzana, che invece avrei voluto vedere. Passo però da Luni, con i resti della vecchia città romana che dà il nome a tutta la zona. Poi scelgo di tenermi vicino al mare: Marina di Carrara, Marina di Massa, Forte di Marmi, Pietrasanta. Zona di turismo di alto livello, auto di lusso, pinete ben tenute, con la coda dell’occhio vedo il Twiga di Briatore, mi fermo invece a guardare un colorato banchetto dell’ ANPI, presidato da una giovane ed un anziano, e mi viene voglia di prendere la tessera. Inalo odori misti, di fritture, traffico, resina, e altri tipici delle località di mare molto antropizzate. A Marina di Pietrasanta una buona ciclabile porta verso l’interno, a Pietrasanta. Da qui in pochi chilometri si arriva a Camaiore, dove una salita dolce porta al passo di Montemagno, dove mi fermo in un bar che mi sembra attraente. Con le sete che ho (fa un gran caldo)  mi sarei fermato comunque, ma in effetti il bar ha sia un’interessante veranda esterna che una grande sala interna con cimeli ciclistici. In un angolo un tizio sta mangiando di gusto stinco di maiale con vino rosso (ma sono le 16:30 di una estiva domenica pomeriggio !). Io mi limito a scegliere una delle bevande in esposizione, del tipo specifiche per i ciclisti, colori fluo e scritte in tedesco. Azzardo una domanda alla gentile barista, ma mi rendo conto di averla messa in imbarazzo (in effetti perchè dovrebbe sapere il tedesco?) quindi mi affretto a pagare i 5 euro per i 33cc e bermi il liquido fluo al gusto di “apfel”.  Che – di fatto – disseta e chissenefrega degli ingredienti (Jovanotti docet). La discesa verso Lucca ha piacevoli tornanti, poi la ciclabile lungo il Serchio è una bellezza, vedo tanta gente che fa il bagno. Incrocio una coppia di giovani cicloturisti e ci scambio qualche parola. Si arriva a Lucca in un attimo e qui è piacevole sostare tra la gente che passeggia. Ma non ho prenotato nulla: le prime ricerche sono un buco nell’acqua perchè le strutture dell’ospitalità “spartana” sono chiuse, i B&B mi sembrano un (bel) po’ cari, alla fine trovo una stanza  DA ANITA, molto gentile e che al telefono mi fa il prezzo base di 25 euro per una doppia usa singolo colazione compresa; poi vedendo la qualità del suo B&B, che ha anche la piscina, devo riconoscere che mi è andata “di lusso”. Anita abita qualche chilometro fuori Lucca, al n°1775 (sono i metri da inizio strada !) di via Tempagnano . Qui ha ristrutturato la vecchia casa di famiglia per il B&B e ora risiede poco distante in una casa nuova. Racconta volentieri della sua passione, è una artista che lavora i tessuti per creare immagini, e delle vicende della ristrutturazione del B&B. Io la ascolto volentieri. Prima di congedarci (devo urgentemente fare cena e andrò nella pizzeria che lei mi consiglia) mi offre anche la “pasticchina” per il fornello anti zanzare.  Anche stasera cena abbondante, da ciclista (birra e pizza in quantità … ) e dopo non rinuncio ad un giro notturno a Lucca. Atmosfera magica, molti turisti stranieri e giovani nelle piazze, sulle mura passeggio di famigliole e gruppi di amici; cerco e trovo Piazza Anfiteatro, e la ammiro con calma e con piacere.
 
Lucca – Siena (poi Monteroni d’Arbia,  11 km più a sud)
Il tratto in uscita da Lucca verso Altopascio è un po’ caotico per il traffico e per lo più pianeggiante. Capannori, Altopascio, Fucecchio: seguo la strada principale perchè non mi trovo con la mappa, non uso il GpS, non ci sono i cartelli ufficiali della Francigena che servirebbero. A S.Miniato si sale in alto: è un borgo delizioso con edifici di grande interesse storico e architettonico. Qui trovo Farmacia (crema protettiva 50, ma ormai è tardi, sono già “bruciato”) e Bar (colazione doppia) affiancate nella via centrale. Incontro anche un altro ciclista e ripartiamo insieme. E’ un giovane professore di italiano che lavora in francia e torna dalla sua famiglia, in Umbria, dopo il confinement dei lunghi mesi da marzo all’estate. Dopo un disguido con il biglietto aereo, ha deciso di realizzare un pensiero che aveva da tempo, quello di fare la Francigena. Ha comprato una bici d’occasione a Genova sulla quale sta pedalando. Uno di quegli incontri casuali e piacevoli, ma alle prime salite dopo Castelfiorentino ci salutiamo, perchè la sua bici d’occasione richiede un’andatura più tranquilla di quella giusta per me. E la salita che porta a Gambassi Terme, e passa dalla suggestiva Pieve a Chianni, non scherza, e non finisce a Gambassi Terme! Attraverso colline poco abitate e poco boscose, arrivo a S.Gimignano placidamente invasa da turisti e lì mi prendo tutto il tempo di una sosta in piazza con gelato (anche qui, come a Lucca, i cartelli dicono che si vende il gelato più buono del mondo …). Dopo ci sono le strade e i paesi che conosco bene: Colle Val d’Elsa, Monteriggioni (altra sosta in piazza, altro appassionato di bici che mi approccia e mi rivolge qualche domanda sulla mia Trek …). La strada per Siena ha curve e pendenze che affronto con animo combattuto tra nostalgia, senso di appartenenza e di estraneità al tempo stesso, cercando di non perdere contatto con un altro bikepacker che mi ha superato di volata approfittando del mio pedalare troppo meditabondo.
Al semaforo di fronte a Porta Camollia, ormai Siena città, siamo affiancati e gli rivolgo un saluto e qualche indicazione. Poi attraversare il centro, a piedi con calma, è una soddisfazione. Alla Costarella, entrando in Piazza, mi affianca un altro giovane bikpacker e stavolta lui parla a me e stiamo un po’ a confrontarci su km percorsi, attrezzatura usata, mèta del giorno dopo. “Ma io sono quasi arrivato, mi fermo a casa di mia madre a soli 11 km più a sud” dico.  Esco da Siena da Porta S.Marco, la zona (contrada della Chiocciola) dove abitavo, andavo a scuola, giocavo all’aperto con gli amici, quando ero bambino, negli anni ’70. Mi rivedo come in tanti flashback:  per un po’ rimango a guardare questo film. Poi, con tanta calma, oggi ultimo lunedì di luglio dell’anno covidico 2020, faccio gli ultimi chilometri. Volendo potrei percorrerli ad occhi chiusi.
 
Questo breve viaggio mi ha ben chiarito che (ma si sapeva già):
  • meglio avere la traccia gpx, anche in territorio “amico”;
  • le indicazioni “itinerario ciclabile” non servono a chi viaggia, ma solo a chi porta a spasso il cane;
  • la mia Trek da Ciclocross non sarà bella, ma è un tipo sexy: tanti la guardano e fanno domande;
  • il bikepacking richiede un po’ di esperienza: non basta attaccare una borsetta alla bici “dove ci sta”;
  • viaggiare da soli stimola l’osservazione, ma parlare con gli sconosciuti ti apre mondi nuovi.
Leonardo Savelli