Annemiek: la fatica, lo zucchero

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Sulla rivista CYCLIST di aprile (*) c’è una bellissima  intervista alla campionessa olandese Annemiek Van Vleuten, pluricampionessa mondiale, che ha 36 anni ed è una delle cicliste più forti in assoluto. Ha vinto il giro delle Fiandre nel 2011 e nel 2019 le Strade Bianche lo scorso 9 marzo.

L’intervista è una lettura molto interessante: si apprende che Annemiek è un talento scoperto un po’ per caso e tardi, prima ha lavorato in ufficio, ha un master in epidemiologia, ha un’indole festaiola, però ha sempre praticato sport e usato la bici sin da piccola per andare a scuola. Ha un rapporto tutto suo con la fatica. Ha dovuto superare infortuni e incidenti seri: alle olimpiadi in Brasile nel 2016 è rimasta a terra con fratture vertebrali e commozione cerebrale, ma solo un mese dopo era di nuovo in sella e ha vinto il giro del Belgio (voilà messieurs-dames:  la resilienza  …).

Qui sotto riporto alcuni brevi passaggi dell’intervista, corredata nella rivista di foto molto espressive, realizzate in un contesto casalingo.

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“Eppure Van Vleuten insiste nel dire che non è la guerriera dell’immaginario collettivo. “No, la verità è che odio soffrire, ma sono brava a farlo (….) non mi piacciono particolarmente nemmeno le crono. Sono così difficili. Però io sono abbastanza brava.”

“Sono orgogliosa di essere una ciclista equilibrata” dice “Fare una pausa è un bene per la mia salute mentale (…) A volte è bello tornare all’università, bere un po’ di alcol e rilassarsi”.   Avendo lavorato in un ufficio, finita l’università, Annemiek apprezza la differenza tra la vita normale e il ciclismo professionistico meglio della maggior parte dei corridori. “A volte ripenso all’ufficio – che odio – e dico tra me e me:  Ah, non lamentarti della pioggia perché il tuo lavoro è molto più bello ora   (…)   a volte sento alcune mie colleghe lamentarsi e penso che a loro un’ esperienza di vita normale sarebbe servita”.  

Da bambina Van Vleuten amava il calcio, la ginnastica, l’equitazione e il ciclismo. Andava a scuola su una bici da corsa Peugeot rossa di quinta mano. “Ricordo di aver iniziato a cronometrarmi sulla distanza di 1 km. Avevo solo otto anni” (..).

Il calcio è rimasta la sua passione principale ma, dopo essersi strappata nel 2005 il legamento crociato in una partita, il medico le consigliò di pedalare di più. “Ho comprato una bici solo per mantenermi in forma perché, da studente, ero un po’ ingrassata. I miei amici studenti mi conoscono solo come un festaiola e non credono che io oggi possa essere così seriamente concentrata sul ciclismo.

“La prima ragione per cui le donne olandesi hanno successo sta nel fatto che andiamo bici sin da giovani, anche solo per andare a scuola o fare shopping. Sono orgogliosa di questo aspetto della nostra cultura. E siamo piuttosto tenaci. Abbiamo un detto: non sei fatto di zucchero. Quindi se piove, usciamo in bici comunque. Inoltre le donne olandesi sono molto indipendenti. Nessuno ci organizza la vita. In Inghilterra o Australia c’è un sistema che si prende cura delle ragazze al vertice, mentre noi facciamo tutto da sole. Le mie compagne di squadra si stupiscono se esco ad allenarmi da sola. Le ragazze olandesi sono molto autosufficienti e indipendenti e questa è un caratteristica radicata in ogni atleta”.

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(*) Cyclist n° 32 – Aprile 2019, pag.46 –    “Coraggio olandese”  testo di Mark Bailey immagini di Chris Blott.    Cyclist (“the thrill of the ride”) si definisce “la rivista di ciclismo più letta al mondo” ed è un periodico mensile edito in Italia da Edisport Editoriale Srl su licenza di Dennis Publishing Ltd.

 

 

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